Il XXIII capitolo generale della Congregazione di San Giuseppe-Giuseppini del Murialdo, riunito a Quito (Ecuador) nel giugno scorso, ha eletto il nuovo superiore generale, padre Tullio Locatelli. Nato a Terno d’Isola (Bergamo) il 6 aprile 1951, padre Locatelli ha professato per la prima volta nella congregazione il 29 settembre 1968 ed è stato ordinato sacerdote a Viterbo il 17 marzo 1979. Dopo i primi anni di ministero nel Seminario minore di Valbrembo, insegnando anche nel seminario di Bergamo, è stato vicedirettore e rettore dell’Istituto Filosofico Teologico San Pietro, eletto vicario generale della Congregazione (1994-2006), superiore della Provincia italiana (2006-2012) e consigliere e segretario generale (2012-2018). Padre Locatelli, che succede a padre Mario Aldegani, rimasto in carica per due sessenni ed ora eletto superiore della provincia argentino-cilena, è così l’undicesimo successore di san Leonardo Murialdo alla guida dei Giuseppini, una congregazione nata a Torino nel 1873 a servizio dei giovani poveri e del mondo del lavoro, a cui oggi appartengono 516 confratelli, sparsi in 105 case, presenti in 16 Paesi del mondo. Abbiamo incontrato padre Tullio nei giorni scorsi durante nella sua prima visita da padre generale a Torino (il Murialdo presso il Collegio Artigianelli, Casa Madre dei murialdini, ha fondato la congregazione di San Giuseppe), durante le feste patronali presso il santuario-parrocchia di Nostra Signora della Salute dove di venerano le spoglie mortali di san Leonardo.

Padre Locatelli, in mezzo secolo di vita religiosa lei ha sperimentato tanti aspetti del ministero sacerdotale nella sua congregazione, da quello pastorale, all’insegnamento in seminario e poi rettore del vostro Istituto teologico fino alla responsabilità della Provincia italiana e segretario generale, visitando tutte le vostre comunità in America Latina, Africa, India e Stati Uniti. Cosa significa oggi essere sacerdote e religioso giuseppino?
La Congregazione giuseppina oggi ha una grande sfida: sentirsi una sola famiglia grazie al carisma di san Leonardo Murialdo ed incarnare tale dono dello Spirito in 16 nazioni diverse. È un processo di incarnazione, di inculturazione. Non siamo esenti dalla fatica di riconoscere (cioè di fare nostra la realtà nella quale siamo immersi), di interpretare (fare della realtà giovanile una lettura alla luce del Vangelo e delle scienze umane), di scegliere (siamo chiamati a fare discernimento in vista di una scelta pensata ed attuata come risposta ad un bisogno).

Il punto di partenza non siamo noi: sono i giovani;

meglio questi (qui e adesso) giovani che il Signore oggi ci affida. Nel Capitolo Generale ultimo abbiamo parlato molto di discernimento comunitario: è una scelta culturale e spirituale insieme, è un modo che vorremmo fare nostro nel porci di fronte alle sfide del mondo giovanile.

Giusto 50 anni fa, nel Sessantotto, lei ha emesso i primi voti religiosi, in un’epoca il cui il mondo giovanile era attraversato da grandi fermenti. Che cosa significa oggi essere alla guida di una congregazione nata per servire i giovani, e i giovani più poveri? 
Nel 1968 avevo 17 anni, avevo appena finito il noviziato e iniziavo come professo di voti temporanei la mia vicenda da giuseppino. In noviziato i padri ci leggevano dei brani tratti dai documenti conciliari. Non saprei dire che cosa veramente comprendessi. Di sicuro c’era un’aria ricca di speranza, si parlava di nuova Pentecoste della Chiesa; si sperava in una rinnovata fioritura vocazionale alla vita sacerdotale e religiosa; noi stessi venivamo da seminari minori pieni di ragazzi e costruiti da poco tempo. Ciò che succedeva fuori delle mura della comunità di formazione era da noi pochissimo conosciuto; pensandoci ora ricordo che sentivamo giudizi moralistici su i giovani dei quali adesso molti erano diventati “cattivi”; nulla sulle cause di un mondo in cambiamento. Nel 1969 si fece il capitolo generale straordinario e anche la congregazione dei Giuseppini del Murialdo iniziò un tempo di riflessione e di rinnovamento. Oggi, a 50 anni di distanza, sento il desiderio di mantenere quello spirito di speranza, di fiducia, di ragionare sul presente guardando il futuro. Dentro i cambiamenti, da interpretare e da gestire, rimane fermo un carisma, cioè un atteggiamento fondamentale, che parla di attenzione, ascolto, prendersi cura dell’altro, di essere accanto al giovane in un mondo che cambia. Credo che gran parte del mio servizio stia qui: accanto ai confratelli che sono un segno di speranza e di fiducia per tanti giovani, con “umiltà e carità”, le virtù caratteristiche dei Giuseppini del Murialdo.

La congregazione del Murialdo è profondamente radicata nel territorio italiano – per nascita, per tradizione ma anche per precisi motivi di servizio alle persone. Con quali idee e quali linee i Giuseppini intendono rapportarsi alla realtà italiana, e a quella torinese in particolare, visto che a Torino la congregazione è nata e cresciuta ed è ancora presente con opere molto significative?
Mi pare che ci siano alcune indicazioni di cammino molto importanti. I Giuseppini sono prima di tutto educatori e come tali sono evangelizzatori: non si tratta di un dualismo, di un prima e di un dopo, si tratta di educare evangelizzando e di evangelizzare educando. Ci poniamo a servizio della vocazione del giovane; oggi, forse più di ieri, educare è aiutare a scoprire che cosa il Signore vuole da ciascuno. Il giovane che appartiene ad una comunità (civile-sociale-ecclesiale) va educato nella e con la comunità: il giuseppino ha il compito di coinvolgere la comunità nell’opera educativa dei giovani.

L’opera educativa è promotrice di cambiamento sociale se è “inclusiva”, capace di coinvolgere e promuovere tutti, a partire dai più deboli e dai più poveri.

Detto questo, gli strumenti possono essere tanti; la tradizione giuseppina ci ha consegnato soprattutto questi: la scuola, la parrocchia, il centro di formazione professionale, l’oratorio, l’accoglienza di minori, ecc. Le nostre opere sono una grande opportunità per il servizio educativo, ma oggi vanno interpretate e vissute “in uscita”, direbbe papa Francesco. Non possiamo aspettare che i ragazzi vengano, occorre uscire ed andare incontro. Mi viene in mente il Murialdo con il campanello in mano che, lungo il Po chiamava i ragazzi all’oratorio. Mi piacerebbe sapere che qualche giuseppino stia sulle rive del Po, e su tante altre sponde, per parlare, dialogare, aiutare, consolare, invitare…

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Fonte: agensir.it