• Maggio 2019

Spiritualità dehoniana e contemporaneo europeo

La Provincia dell’Italia Settentrionale dei dehoniani si confronterà, nel corso dell’annuale settimana di formazione permanente, con la questione della «Vocazione e destino dell’Europa» − sarà l’occasione per tornare sul tema della profetica e faticosa costruzione di un progetto di Unione Europea e sul ruolo e le responsabilità che in questo percorso competono alle Chiese e alla vita consacrata (Albino, 26-29 agosto). In vista di questo appuntamento, ci sembra opportuno condividere con i lettori e gli amici di SettimanaNews un percorso di preparazione e di riflessione comune attraverso alcuni contributi ad hoc nell’orizzonte complessivo dei lavori che ci aspettano a fine agosto. Dopo gli interventi di Ch. Theobald sul Futuro del cristianesimo in Europa, di H. Wilmer sul profilo «politico» della vita consacrata e di L. Prezzi su L’Europa delle religioni, concludiamo il breve ciclo di contributi con una riflessione sulla spiritualità di casa.

La spiritualità dehoniana porta in sé un tratto originariamente crepuscolare: nasce quando un’epoca sta tramontando. E si nutre di questo passaggio – certo, in maniera largamente irriflessa e inconsapevole nel suo sorgere. Per più di un secolo è rimasta come «sospesa» nel lunghissimo traghettamento della fine della modernità europea.

Oggi, che di quella fine siamo divenuti tutti consapevoli, essa può finalmente uscire dalle secche della convenzione e mettere in gioco nel contemporaneo europeo la forza spirituale che deriva da questo profilo crepuscolare che la abita fin dai primi giorni di vita.

Oltre il Vaticano II

Bisognava che quella stagione estinguesse anche i suoi ultimi bagliori, prima che la spiritualità dehoniana potesse attingere a questa riserva inaspettata di possibilità ideative per un suo nuovo assetto. Oggi questa condizione è pienamente realizzata, anche sul versante ecclesiale – trovando la sua cifra simbolica nel passaggio di consegne tra Benedetto XVI e Francesco.

E così si apre un tempo in cui questa spiritualità può riconfigurarsi profondamente proprio ricorrendo con sagacia e intelligenza all’esperienza delle origini. Un lavoro lungo, impegnativo e dall’esito incerto. Non basta più richiamarsi ai codici spirituali e culturali che per lungo tempo hanno nutrito le comunità dehoniane europee. La sensazione di una loro estenuazione fa sempre più spesso capolino, senza però sapere bene con che cosa sostituirli.

Nel frattempo si continua, con fedeltà, a ripetere e riprendere l’ultima grande rivisitazione del patrimonio spirituale di casa prodottasi intorno a tornante conciliare. In chiave pragmatica la cosa può ancora in parte funzionare, ma si intuisce che in tal modo si preservano più le «biografie» delle persone che riconsegnare la spiritualità dehoniana all’altezza esigente del suo affermarsi come vocazione specifica nella Chiesa.

E, allora, forse vale la pena di assumere fino in fondo quel carattere crepuscolare che l’attraversa da cima a fondo. Nella convinzione che esso possa rappresentare la chiave di volta per immaginare un futuro che non coincida con l’estinzione numerica delle comunità dehoniane in Europa.

Disposizioni spirituali di fondo

Nelle pieghe dell’esperienza spirituale di padre Dehon possiamo trovare tre disposizioni fondamentali intorno alle quali egli articola l’immaginario della Congregazione – come figura europea del cristianesimo: la capacità di prendere congedo; un’avventurosa disponibilità verso l’ignoto che avanza; l’anacronismo di custodire l’inattuale.

L’intuizione delle origini è che questi tra atteggiamenti spirituali devono essere declinati come contemporaneamente ecclesiali e culturali, come questione del Vangelo della fede e della storia comune di tutti, come dimensione del credere cristiano e della militanza civile.

Dehon è questa contemporaneità di ambiti sovente immaginati come contrapposti o, al massimo, giustapposti tra loro. Ed è in questo senso che quelle tre disposizioni spirituali di fondo devono essere riprese, trovando in esse stesse le risorse per una loro ulteriore declinazione nello scenario contemporaneo europeo.

Essere capaci di prendere congedo vuol dire vivere profondamente radicati nel tempo comune dell’umana esistenza: riconoscendo che le cose, anche le migliori e le più sacre, finiscono. Non sono inesauribili e, quindi, non possono essere semplicemente riproposte a oltranza. Non solo. Vuol dire essere in grado di salutare con riconoscenza e senza nostalgia ciò che è oramai passato e non è più.

Grati per il passato e disponibili all’inedito

Ma congedarsi non vuol dire né dimenticare né misconoscere. Il congedo apre le porte alle forme della giusta e sana memoria di ciò che è stato; dischiudendo l’orizzonte della gratitudine senza cadere nella depressione per il venire meno che si mostra nella sua irreversibilità.

Al tempo stesso, esso ci lega a quello che non è più: congedandoci lo riconosciamo come qualcosa che ci appartiene anche nel tempo della sua scomparsa. E proprio per questo lo possiamo portare con noi nell’inedito del tempo che viene non come opposizione a esso, ma quale fedele compagno e memoria del cammino che ci ha condotto fino a qui.

È da tutta una precisa forma cristiana, e dal suo radicamento nello spirito della modernità europea, che Dehon prende, certo a livello di intuizione e sensazione, congedo nel corso della sua esperienza fondativa. I molti aggiustamenti e scarti nel suo procedere spirituale e culturale sono indici di questo processo in fieri di congedo da una modo di essere del cristianesimo che, semplicemente, non esisteva più come figura reale del vivere.

Non sarebbe altrimenti spiegabile quella sensibilità di Dehon per l’ignoto che avanzava incontro alla sua fondazione e, più ampiamente, a tutto il cristianesimo europeo nel suo complesso (di cui la Congregazione è figlia epocale).

La cordiale disponibilità a intraprendere percorsi inediti, nemmeno percepiti dall’istituzione ecclesiale nella loro urgenza evangelica, per spostarsi là dove si riposizionava la sfida culturale e sociale per la fede cristiana, rimane un imperativo anche per la spiritualità dehoniana odierna.

Questa cordiale disponibilità a mettersi in gioco per dare forma a un’effettiva presenza della fede cristiana ai vissuti dei suoi contemporanei, non significa affatto un’adeguazione remissiva allo spirito del tempo ma, piuttosto, rappresentava per Dehon l’unico modo possibile per aderire fedelmente a ciò che aveva ricevuto dalla Chiesa e, al tempo stesso, alla forza immaginativa dello Spirito che lo chiamava all’azzardo della fondazione di un’esperienza carismatica e spirituale nel cuore della società europea a cavallo tra XIX e XX secolo.

O si entra a due piedi nell’ignoto del futuro che viene da Dio, e nelle rotture della storia umana che accompagnano la possibilità stessa di una tale irruzione, o ci si destina a mancare la passione più calorosa di Dio stesso. In fin dei conti, è stato proprio per rendere onore a questo slancio della passione divina che Dehon mise mano alla fondazione di una Congregazione propria anziché entrare nella Compagnia di Gesù.

L’anacronismo salutare

Dehon gioca l’azzardo di questo ingresso in maniera del tutto anacronistica: è pienamente nel presente, ma sembra provenire da un’epoca remota e oramai irrimediabilmente passata. È quello che vorremmo chiamare la custodia dell’inattuale come un elemento portante della spiritualità dehoniana.

Sceglie un immaginario spirituale in evanescenza, si ancora a pratiche di pietà infantili, esorta i suoi alla perdita di tempo dell’adorazione come antidoto all’idolo (anche ecclesiastico) dell’efficienza e della prestazione. Di esempi se ne potrebbero accumulare quasi a non finire.

Tutti hanno in comune questo radicale anacronismo dell’inattualità, che non può essere considerato come una semplice «mania» personale. O, almeno, esso è talmente intrigante che merita considerarlo patrimonio comune della spiritualità dehoniana.

Ora immaginatevi di dare forme a pratiche della fede, come convinta militanza civile del cristianesimo, che siano intrise di questa capacità di prendere congedo, di una cordiale sensibilità verso l’ignoto che fa irruzione del futuro che è Dio e di un anacronismo programmatico della custodia dell’inattuale – bene, è in questa direzione che la spiritualità dehoniana deve giocare il proprio destino e la propria destinazione davanti al contemporaneo europeo.

Una spiritualità inoperosa

Ci rendiamo perfettamente conto che queste tre grandi disposizioni spirituali di fondo sono del tutto inoperose; ossia, incapaci di strutturare una strategia complessiva che ridisegni il quadro delle province dehoniane europee e ottimizzi l’investimento della Congregazione nelle loro opere.

Ed è proprio in questo che risiede il loro valore, a nostro avviso; come è per questa ragione che sentiamo di proporle e caldeggiarle in vista di quello che la spiritualità dehoniana potrebbe essere nel contemporaneo europeo.

Non servono a niente in chiave operativa, ma sono in grado di innervare la forma mentis condivisa di pratiche comunitarie di vita – radicate nella storia da cui provengono e lietamente aperte sull’inedito epocale che la sorprende (aprendole nuove possibilità di vita a venire).

In questo senso, esse dispongono la spiritualità dehoniana in primo luogo all’abitare la scristianizzazione dell’Europa non come una decadenza apocalittica del continente, ma come la possibilità di vivere la fede e le sue pratiche come un continuo divenire cristiani. Facendo uscire così il credere cristiano dalla stasi di una condizione sociologicamente acquisita, per restituirlo alla sorpresa di un itinerario di scoperta degli incessanti modi in cui Dio si rende presente alla storia umana.

Il destino di un legame con l’Europa

In secondo luogo, anche qui attingendo alle intuizioni spirituali di padre Dehon, esse introducono a ricominciare, questo sì in maniera programmatica, a parlare con le persone quale struttura fondamentale dell’annuncio ecclesiale.

La consuetudine della spiritualità dehoniana con il vangelo di Giovanni dovrebbe uscire da un certo intimismo a cui è stata indotta anche dal fondatore, per recuperare la sua intuizione pastorale di fondo: per poter proclamare il vangelo del Regno bisogna incontrare effettivamente le persone, una ad una; ogni scorciatoia «comunitarista» è interdetta in radice dalla cosa stessa del Vangelo.

Infine, queste tre disposizioni spirituali di fondo educano la spiritualità dehoniana alla consapevolezza di una comunità minoritaria di destino fra cristianesimo e progetto europeo.

Cresciuto nella consuetudine con l’esperienza spirituale di padre Dehon, il vissuto comunitario dehoniano sente con nitida chiarezza il legame, originario e originante, che lo vincola alle vicende dell’Europa. Qui, oramai chiaramente in senso minoritario (e irrilevante), in una schietta confessione europeista, si gioca la partita che deciderà della fedele adesione della spiritualità dehoniana alle ragioni delle origini e della possibilità di non estinguersi oltre ogni esito meramente numerico che il futuro riserverà alle provincie europee.

Fonte: settimananews.it

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