Camilliani ad Haiti: la povertà è grande, ma è un popolo di grande fede

A quasi dieci anni di distanza dal terremoto che ha sconvolto Haiti, la situazione è peggiorata. L’ instabilità politica e la crisi socio-economica rendono i giovani incapaci di proiettarsi nel futuro. La testimonianza a Vatican News del padre camilliano Antonio Menegon

Eugenio Serra – Città del Vaticano

Per quanto drammatica la condizione che sta attraverso il popolo haitiano, uno spiraglio di luce si fa largo grazie ai programmi di assistenza portati avanti in questi anni nell’isola carabica dai missionari camilliani e grazie al popolo, quello haitiano, di grande fede. “una fede – spiega  a Vatican News il padre camilliano Antonio Menegon – pura, incarnata, esistenziale”

Quali programmi di assistenza portate avanti ad Haiti?

R. – Ad Haiti siamo presenti dal 1995 con un centro sanitario, che abbiamo denominato “Foyer Saint Camille”, che comprende un dispensario con il pronto soccorso, la pediatria, la ginecologia, la medicina generale e di urgenza, la maternità, e la farmacia. Poi abbiamo un centro per la cura del colera; un ospedale generale con 120 posti letto. Abbiamo inoltre un centro nutrizionale per bambini denutriti. E il cuore della missione è il Foyer “Betlemme”, dove sono accolti 100 bambini con disabilità gravissime, che le famiglie non sono assolutamente in grado di curare e di mantenere. Fuori da questo centro “Foyer Saint Camille”, gestiamo la scuola “Saint Camille”, che dà l’istruzione primaria e secondaria a più di 500 bambini, e gestiamo anche una scuola professionale con 40 alunni. In questo periodo, soprattutto dopo il terremoto del 2010, e dopo i vari uragani che si sono succeduti – soprattutto l’uragano Matthew di due anni fa –, abbiamo costruito sei villaggi, tantissime case, per le famiglie che hanno perso tutto. Questo nella capitale: a Port-au-Prince. Anche a Jérémie abbiamo costruito il villaggio “Saint Camille” per 30 famiglie, un’altra scuola elementare per 120 bambini; e aiutiamo tante famiglie consegnando loro generi alimentari, di prima necessità, e farmaci. Questo è un po’ quello che oggi noi facciamo ad Haiti, a Port-au-Prince e a Jérémie.

Com’è cambiata la situazione sociale del Paese dal sisma che lo ha colpito nel 2010?

R. – È cambiata in peggio perché c’è grande, grande instabilità politica. Pensiamo solo che dal mese di novembre 2018 ad oggi, ci sono state ben tre o quattro sommosse, guerriglie popolari, che vogliono sostituire il presidente eletto due anni fa dopo un anno di diatribe. Con questa instabilità politica è un Paese veramente alla deriva. La cosa drammatica è che il 70 percento della popolazione ha dai 18 anni in giù e non sa cosa fare della propria vita, perché non ha speranze, prospettive, non ha nessuno sbocco lavorativo. Per cui la grande aspirazione di un haitiano è quella di fuggire dal suo Paese e raggiungere le coste dell’America, di Miami. Questo è il problema grave di questa povera gente: soffre letteralmente la fame ed è sempre nella disperazione. Perché è un problema non di povertà, ma di miseria cronica. Quando stanno per rialzarsi, capita qualcosa che li ributta a terra, e quindi non riescono mai a progettare un qualcosa per la loro vita presente e tantomeno per quella futura.

Violenza, corruzione, criminalità attraversano il Paese. C’è sfiducia quindi nella popolazione…

R. – Tanta sfiducia, perché c’è una svalutazione del denaro enorme. Aumentano tremendamente tutti i prezzi dei beni basilari, tutto quello che serve per vivere, e quindi è gente che non sa come poter acquistare beni di primissima necessità.

Quale contributo può dare la fede in questa difficile situazione?

R. – Sono un popolo di grande fede, un popolo che ha tanta, tanta, tanta fede. Loro che chiamano Dio – “mio papà, mio buon papà” – più sono nella disperazione e più avrebbero tutto il diritto di maledire Dio, più invece lo benedicono, lo amano, lo sentono vicino alla loro esistenza. Questa è fede pura, senza fronzoli né baldacchini: una fede veramente incarnata, esistenziale. Una fede grande, perché di fronte alla totale disperazione e al totale buio, alle volte verrebbe da dire: “Dio, dove sei? Cosa fai per noi?” E invece loro lo sentono vicino, lo chiamano “papà” e lo sentono presente nella loro vita. Questa è la più grande e bella – meravigliosa – testimonianza che questo popolo dà a ciascuno di noi.

È una fede grande. È gente semplice e buona: quella fede fiduciale, è la fede dell’abbandono, della preghiera di Charles de Foucauld: “Padre mio, mi abbandono a te”. E loro si abbandonano. Si abbandonano a Dio, nel quale trovano tutto. Dove noi ci barcameniamo in fedi tiepide e compromesse – noi che abbiamo tutto, noi che dovremmo solo benedire – siamo sempre lì che ci lamentiamo, ci manca sempre qualcosa, e sembra che la colpa sia di Dio, e invece è solo e unicamente nostra.

Fonte: vaticannews.va

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