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Civiltà Cattolica. Verso il Sinodo sull’Amazzonia: Intervista al card. Cláudio Hummes

Il 15 ottobre 2017 papa Francesco ha convocato a Roma un Sinodo Speciale per la regione panamazzonica, indicando come principale obiettivo quello di «trovare nuove vie per l’evangelizzazione di quella porzione del popolo di Dio, in particolare le persone indigene, spesso dimenticate e senza la prospettiva di un futuro sereno, anche a causa della crisi della foresta amazzonica, polmone di fondamentale importanza per il nostro pianeta». L’8 giugno 2018 ne è stato pubblicato il Documento preparatorio[1].

Il Sinodo sull’Amazzonia è un grande progetto ecclesiale, che cerca di superare i confini e ridefinire le linee pastorali, adattandole ai tempi contemporanei. La Panamazzonia è un territorio composto da regioni che fanno parte di Bolivia, Brasile, Colombia, Ecuador, Perù, Venezuela, Suriname, Guyana e Guyana francese. Essa è una fonte importante di ossigeno per tutta la terra, perché vi si trova più di un terzo delle riserve forestali primarie del mondo. È una delle più grandi aree di biodiversità del Pianeta.

Al Sinodo intervengono vescovi scelti da diverse regioni del mondo, compresi tutti i vescovi della regione amazzonica. Il Pontefice ha nominato Relatore generale del Sinodo il cardinale francescano brasiliano Cláudio Hummes, arcivescovo emerito di San Paolo. Altra figura di grande rilievo è il cardinale gesuita peruviano Pedro Barreto, arcivescovo di Huancayo. Essi sono rispettivamente presidente e vicepresidente della «Rete Ecclesiale Panamazzonica» (Repam).

Questa rete transnazionale si propone di creare una collaborazione armoniosa fra le varie componenti della Chiesa: circoscrizioni ecclesiastiche, Congregazioni religiose, Caritas, varie associazioni o fondazioni cattoliche e gruppi di laici. Tra i suoi obiettivi principali è la difesa della vita delle comunità amazzoniche minacciate dall’inquinamento, dal radicale e rapido cambiamento dell’ecosistema dal quale dipendono, e dalla mancata tutela di fondamentali diritti umani.

Il 31 ottobre 2006 il card. Hummes fu nominato da papa Benedetto XVI prefetto della Congregazione per il Clero. Nel maggio 2007 partecipò alla V Conferenza episcopale latinoamericana ad Aparecida come membro designato dal Papa. Oggi è presidente della Commissione per l’Amazzonia della Conferenza episcopale del Brasile.

Considerando la sua esperienza e la sua attività, abbiamo deciso di avere con lui una conversazione che possa introdurre ai lavori del Sinodo e al suo significato[2].

Eminenza, ci avviciniamo al Sinodo sull’Amazzonia, un grande evento ecclesiale che mette al centro della riflessione un’area specifica e particolare del mondo, sebbene ampia e di incredibile ricchezza e complessità. Proprio per questo qualcuno teme che il prossimo Sinodo possa avere ripercussioni sull’unità della Chiesa. Che ne pensa?
Oggi si parla molto dell’unità della Chiesa. È fondamentale, importantissima. Però, deve intendersi come unità che accoglie la diversità, secondo il modello della Santissima Trinità. Cioè, è altrettanto necessario evidenziare che l’unità non può mai distruggere la diversità. Il Sinodo, in concreto, accentua la diversità all’interno di quella grande unità. La diversità è la ricchezza dell’unità, la preserva dal farsi uniformità, dal fornire giustificazioni al controllo.

La diversità è dunque importante per la Chiesa?
Oggi più che mai la Chiesa si è aperta alla diversità. I Paesi latinoamericani della Panamazzonia sono un’espressione della diversità latinoamericana, che dev’essere accolta senza remore e con grande apertura dalla Chiesa d’Europa e di tutto il mondo. Mi sento di sottolinearlo, perché il Sinodo sull’Amazzonia è un riconoscimento della nostra peculiarità. La vedo in questo modo: la Chiesa dell’America Latina può apportare nuove luci alla Chiesa europea e del mondo, così come la Chiesa d’Europa deve darci luci antiche, molto importanti.

Inizialmente il cristianesimo ha incontrato un luogo di inculturazione nella cultura europea, con un processo molto felice che dura fino a oggi. Ma quell’unica inculturazione non basta. Il Papa afferma che una sola cultura non può esaurire la ricchezza del Vangelo. La Chiesa non vuole dominare sulle altre culture, pur rispettando quell’iniziale inculturazione europea.

Dobbiamo apprezzare la diversità delle culture: alla Chiesa ne verrà un arricchimento, non una minaccia. La diversità non attenta all’unità della Chiesa, ma la rafforza. È molto importante non avere paura di queste cose. Quindi, se parliamo fra noi e riusciamo a trovare nuovi cammini per la Chiesa in Amazzonia, questo andrà a beneficio di tutta la Chiesa. Ma sempre a partire della riflessione specifica sull’Amazzonia.

Voi della «Rete Ecclesiale Panamazzonica» avete avuto un incontro con papa Francesco. Può dirci qualcosa su quell’incontro e sulle novità, le sfide e le speranze che il Santo Padre ripone nel processo sinodale?
Il 25 febbraio scorso, il card. Pedro Barreto, Mauricio López, che è segretario esecutivo della Repam, e io abbiamo incontrato il Papa. Gli abbiamo riferito sul processo di preparazione del Sinodo una volta conclusa la fase di ascolto e di consultazione delle Chiese particolari della Panamazzonia, e su tutto il lavoro svolto fin qui. In questo processo sinodale, la nostra rete ha davvero cercato di «ascoltare», e non soltanto di «vedere, giudicare, agire». L’ascolto viene prima di tutto. Per preparare un Sinodo bisogna ascoltare, non solamente organizzare e fare piani.

Il Sinodo si caratterizza dunque per la sua capacità di ascolto e di superare la mentalità dei «quadri» e dei «piani»?
Per «vedere» davvero, bisogna ascoltare: non bastano le analisi su ciò che è l’Amazzonia, o su chi è e che cosa fa la Chiesa in Amazzonia. Il Sinodo non è un’astrazione sinodale, un’idea generica. Per noi è necessario ascoltare in primo luogo proprio i popoli dell’Amazzonia. Va ascoltata la realtà, vanno ascoltate le grida. Questo sforzo ha molto arricchito, a livello metodologico, il nostro vedere, giudicare e agire. Il nostro «vedere» non è stato lo sguardo dell’analista che esamina la situazione con distacco. Ci siamo messi ad ascoltare per davvero.

E il vostro colloquio con il Papa?
Abbiamo domandato al Papa se avesse qualche cosa da raccomandarci. Ci ha risposto che in primo luogo non bisogna annacquare l’obiettivo specifico del Sinodo. Questo non deve diventare l’occasione per discutere di tutto, secondo quell’antico detto latino che con ironia afferma: De omni re scibili et quibusdam aliis. Il Sinodo, dice il Papa, non ha l’obiettivo di trattare ogni argomento, ogni sfida e ogni necessità della Chiesa mondiale: non dobbiamo perdere di vista il suo scopo concreto. È ovvio che il suo intero processo ha e avrà anche una ripercussione universale, planetaria, ma il Sinodo ha un obiettivo che va perseguito per non restare nel generico. Papa Francesco su questo punto è stato molto chiaro: non perdete di vista l’obiettivo. Che è l’Amazzonia. «Nuovi cammini per la Chiesa» significa nuovi cammini per la Chiesa in Amazzonia e nuovi cammini per un’ecologia integrale in Amazzonia. Questo tema delimita lo scopo del Sinodo.

Francesco parla spesso di processi nuovi, di camminare, di non fermarsi a ripetere il passato, ma di aderire a quella tradizione che cresce e fa crescere senza dover ripetere sempre le stesse cose. Ci riuscirete? È possibile?
Non andremo certo al Sinodo per ripetere quello che è già stato detto, per quanto importante, bello e teologicamente significativo! Non c’è bisogno di un Sinodo per dire il già detto. Il Sinodo serve per individuare nuovi cammini quando se ne avverte la necessità. Abbiamo un grande bisogno di nuovi cammini, di non temere la novità, di non ostacolarla, di non fare resistenza. Dobbiamo evitare di portarci appresso ciò che è vecchio, come se fosse più importante di ciò che è nuovo. Vecchio e nuovo devono coniugarsi, la novità deve rafforzare e incoraggiare il cammino. L’affermazione del Pontefice è molto forte: dobbiamo camminare e andare avanti, senza opporre resistenza.

Papa Francesco ci ha detto che dobbiamo avere fiducia nello Spirito, che ci fa procedere. Lui, fin dall’inizio del pontificato, ha esortato e incoraggiato la Chiesa ad alzarsi e a non restarsene statica e troppo sicura della sua teologia, della sua visione delle cose, in un atteggiamento di difesa. Il passato non è pietrificato, deve fare sempre parte della storia, di una tradizione che si muove verso il futuro. Ogni generazione deve continuare ad avanzare per contribuire alla ricchezza di questa grande tradizione. Ce la faremo? Ci affideremo al lavoro dello Spirito.

Il passato è segnato anche da una eredità coloniale…
Certamente. E l’atteggiamento coloniale è stato pure una delle recriminazioni più significative dei popoli indigeni verso certe comunità pentecostali protestanti che sono entrate, e stanno ancora entrando, nel territorio.

Il Papa denuncia ogni forma di neocolonialismo ed esorta la Chiesa a non viverne lo spirito e la pratica nella sua missione evangelizzatrice. Quello del Papa è un richiamo a non fare della Chiesa in Amazzonia una Chiesa colonizzatrice, a non proporsi di colonizzare i popoli indigeni riguardo alla loro fede, alla loro spiritualità e alla loro esperienza di Dio.

Come si pone allora la Chiesa davanti alle popolazioni indigene? Come intendere l’evangelizzazione di questi popoli?
L’inculturazione della fede e anche il dialogo interreligioso sono necessari a partire dal fatto indubbio che Dio è sempre stato presente anche nei popoli indigeni originari, nelle loro specifiche forme ed espressioni e nella loro storia. Essi già posseggono una propria esperienza di Dio, così come altri antichi popoli del mondo, in particolare quelli dell’Antico Testamento. Tutti hanno avuto una storia in cui c’era Dio, una bella esperienza della divinità, della trascendenza e di una conseguente spiritualità. Noi cristiani crediamo che Gesù Cristo sia la vera salvezza e la rivelazione definitiva che deve illuminare tutti gli uomini. L’evangelizzazione dei popoli indigeni deve mirare a suscitare una Chiesa indigena per le comunità indigene: nella misura in cui accolgono Gesù Cristo, esse devono poter esprimere quella loro fede tramite la loro cultura, identità, storia e spiritualità.

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Fonte: laciviltacattolica.it

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