Sud Sudan: Dove il calcio crea comunità

In Sud Sudan 120 ragazzi al campo organizzato da un frate italiano

Il progetto è nato qualche mese fa dopo che si era “osato” avviare una squadra di calcio femminile. “Ci siamo resi conto di quanto bene stesse facendo permettere a dei ragazzi di passare del tempo libero in parrocchia” spiega fra’ Federico Gandolfi, 42 anni, tre lauree – in legge a Canterbury, in Teoloogia all’Antonianum, in missiologia all’Urbaniana – in missione dal 2015 a Juba in Sud Sudan.

Così nasce il sogno: un vero e proprio football camp, 3 settimane di intenso sport, mattina e pomeriggio con tanto di pranzo, per 120 ragazzi e ragazze dai 10 ai 20 anni.

“Un’occasione non scontata da queste parti per educare i giovanissimi al rispetto delle regole e soprattutto al gioco di squadra. In un Paese africano diviso dalla guerra civile e dal tribalismo il gioco costruito insieme diventa opportunità di unità e comunione e supporto reciproco”. Il progetto  – prosegue il religioso – è nato grazie al supporto di benefattori italiani e americani. “In molti credono nello sport come strumento educativo ma oltre a questo la nostra campagna fondi ha chiesto di aiutare un ragazzino a divertirsi. Anche il divertimento in sé ha un valore molto importante e in paesi in guerra le occasioni di divertimento purtroppo non sono tante”.

Lo sa bene fra’ Federico, istruttore di canoa: “lo sport mi ha permesso di crescere sano e di coltivare ottime relazioni che durano tuttora. Vorrei donare ai ragazzi della nostra parrocchia del tempo sano in cui non pensare ai loro problemi, ma alle loro potenzialità, nascoste nel loro corpo e nella loro mente”.
Sistemato con diversi volontari lo spazio adibito a campo da gioco, sono così arrivate centinaia di divise dai colori diversi: “incontenibile la gioia quando hanno compreso che sarebbero state loro! È un’occasione unica per molti”. Il campo è al quarto giorno. “Tutti puntualissimi agli allenamenti, danno il meglio anche durante il riscaldamento, come se in Sud Sudan ci si dovesse riscaldare!”. Hanno assicurato un pasto abbondante ogni giorno di riso e fagioli, “anche questo non scontato. Una bambina era particolarmente contenta quando i suoi genitori hanno accettato di farla partecipare” aggiunge. “Non dovrà così lavorare tutto il giorno per tre settimane”. Unico problema sarà l’anno prossimo: “saranno troppi a voler partecipare!”. (Laura Galimberti)

Fonte: Avvenire, 11 gennaio 2019

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