• Papa Francesco, Angelus

Discorso di Papa Francesco alla Comunità del Collegio Internazionale del Gesù, di Roma

Cari fratelli, buongiorno!

Grazie per la vostra visita, sono contento. Voi ricordate quest’anno il 50° del Collegio del Gesù, aperto per iniziativa di Padre Arrupe nel 1968. Nel cinquantesimo anno, quello del giubileo, la Scrittura dice che «ognuno tornerà nella sua proprietà e nella sua famiglia» (Lv 25,10). Ma nessuno deve fare le valigie! Tutti, però, siete chiamati a tornare nel “luogo” che vi è proprio, a «desiderare ciò che è essenziale e originario» (S. Pietro Favre, Memoriale, 63), a rivisitare quella famiglia in cui Dio vi ha rigenerato, dove avete professato l’appartenenza a Lui. Dio vi ha fondati come Gesuiti: questo giubileo è un momento di grazia per fare memoria e sentirvi con la Chiesa, in una Compagnia e in un’appartenenza che hanno un nome: Gesù. Fare memoria vuol dire fondarsi nuovamente in Gesù, nella sua vita. Significa ribadire un “no” chiaro alla tentazione di vivere per sé stessi; riaffermare che, come Gesù, esistiamo per il Padre (cfr Gv 6,57); che, come Gesù, dobbiamo vivere per servire, non per essere serviti (cfr Mc 10,45). Fare memoria è ripetere con l’intelligenza e la volontà che alla vita del gesuita basta la Pasqua del Signore. Non serve altro. Farà bene riprendere la seconda settimana degli Esercizi, per rifondarsi sulla vita di Gesù, in cammino verso la Pasqua. Perché formarsi è anzitutto fondarsi. Su questo mi permetto di consigliarvi, di tornare sul Colloquio del servizio per essere come Gesù, per imitare Gesù, che svuotò sé stesso, si annientò o obbedì fino alla morte; il Colloquio che ti porta fino al momento di chiedere con insistenza calunnie, persecuzioni, umiliazioni. Questo è il criterio, fratelli! Se qualcuno non riesce in questo, ne parli con il padre spirituale. Imitare Gesù. Come Lui, su quella strada che Paolo ci dice in Filippesi 2,7, e non avere paura di chiederlo, perché è una beatitudine: “Beati sarete quando diranno cose brutte di voi, vi calunnieranno, vi perseguiteranno…”. Questa è la vostra strada: se voi non riuscite a fare quel Colloquio con il cuore e dare tutta la vita, convinti e chiedere questo, non sarete ben radicati.

Fondarsi, dunque, è il primo verbo che vorrei lasciarvi. Ne scriveva San Francesco Saverio, che oggi festeggiamo: «Vi prego, in tutte le vostre cose, di fondarvi totalmente in Dio» (Lettera 90 da Kagoshima). In tal modo, aggiungeva, non c’è avversità a cui non si possa essere preparati. Voi abitate la casa dove Sant’Ignazio visse, scrisse le Costituzioni e inviò i primi compagni in missione per il mondo. Vi fondate sulle origini. È la grazia di questi anni romani: la grazia del fondamento, la grazia delle origini. E voi siete un vivaio che porta il mondo a Roma e Roma nel mondo, la Compagnia nel cuore della Chiesa e la Chiesa nel cuore della Compagnia.

Il secondo verbo è crescere. Siete chiamati in questi anni a crescere, affondando le radici. La pianta cresce dalle radici, che non si vedono ma sostengono l’insieme. E smette di dare frutto non quando ha pochi rami, ma quando si seccano le radici. Avere radici è avere un cuore ben innestato, che in Dio è capace di dilatarsi. A Dio, semper maior, si risponde col magis della vita, con entusiasmo limpido e prorompente, col fuoco che divampa dentro, con quella tensione positiva, sempre crescente, che dice “no” ad ogni accomodamento. È il «guai a me se non annuncio il Vangelo» dell’Apostolo Paolo (1 Cor 9,16), è il «non mi sono fermato un istante» di San Francesco Saverio (Lettera 20 a Sant’Ignazio), è ciò che spingeva Sant’Alberto Hurtado ad essere freccia appuntita nelle membra addormentate della Chiesa. Il cuore, se non si dilata, si atrofizza. Non dimenticatevi questo. Se non si cresce, si appassisce.

Non c’è crescita senza crisi – non abbiate paura delle crisi, non abbiate paura –, come non c’è frutto senza potatura né vittoria senza lotta. Crescere, mettere radici significa lottare senza tregua contro ogni mondanità spirituale, che è il male peggiore che ci può accadere, come diceva Padre de Lubac. Se la mondanità intacca le radici, addio frutti e addio pianta. E per me, questo è il pericolo più forte in questo tempo: la mondanità spirituale, che ti porta al clericalismo e così via. Se invece la crescita è un costante agire contro il proprio ego, ci sarà molto frutto. E mentre lo spirito nemico non si arrenderà nel tentarvi a cercare le vostre “consolazioni”, insinuando che si vive meglio se si ha ciò che si vuole, lo Spirito amico vi incoraggerà soavemente nel bene, a crescere in una docilità umile, andando avanti, senza strappi e senza insoddisfazioni, con quella serenità che viene da Dio solo. Qualcuno che ha dei cattivi pensieri potrà dire: “Ma questo è pelagianesimo! No, questo è confronto con il Cristo Crocifisso, con il quale tu farai il colloquio, quello citato sopra, perché soltanto con la grazia del Signore si può andare su questa strada.

Vorrei citare due segni positivi di crescita, la libertà e l’obbedienza: due virtù che avanzano se camminano insieme. La libertà è essenziale, perché «dove c’è lo Spirito del Signore, c’è libertà» (2 Cor 3,17). Lo Spirito di Dio liberamente parla a ciascuno attraverso sentimenti e pensieri; non può essere rinchiuso in tabelle, ma va accolto col cuore, in cammino, da figli liberi, non da servi. Vi auguro di essere figli liberi che, uniti nelle diversità, lottano ogni giorno per conquistare la libertà più grande: quella da sé stessi. La preghiera vi sarà di grande aiuto, la preghiera da non trascurare mai: è l’eredità che ci ha lasciato alla fine Padre Arrupe, il “canto del cigno” di Arrupe. Leggete quell’appello, quella conferenza che ha dato ai Gesuiti nel campo rifugiati della Tailandia. Poi prese l’aereo e atterrò a Roma, dove ebbe l’ictus. E la libertà va con l’obbedienza: come per Gesù, anche per noi il cibo della vita è fare la volontà del Padre (cfr Gv 4,34), e dei padri che la Chiesa dona. Liberi e obbedienti, sull’esempio di Sant’Ignazio, quand’era in lunga attesa a Villa d’Este e, mite e deciso al tempo stesso, in tutta libertà presentava al Papa la totale obbedienza della Compagnia, in una Chiesa che certo non risplendeva per costumi evangelici. Lì c’è l’istantanea del gesuita adulto, cresciuto. La libertà e l’obbedienza danno vita a quel modo di agire creativo con il Superiore. Una volta ho detto a un gruppo di Gesuiti che si preparavano – credo – per diventare superiori, che il Generale della Compagnia era un pastore di “un gregge di rospi”, perché la libertà del gesuita, con l’iniziativa, porta a tante iniziative e il povero Superiore deve andare da una parte all’altra… Fare l’unità non con pecore miti, ma coi rospi! E questo è vero, è importante. Ma dov’è la garanzia di questo legame con il Superiore, di questa unità? Nel rendiconto di coscienza. Per favore non lasciare mai questo, perché è ciò che assicura la possibilità al Superiore di reggere il “gregge di rospi”, di portarlo ad un’armonia differente, perché ti conosce e domani sarai tu a ricevere il rendiconto da lui, perché siamo tutti fratelli che ci conosciamo bene. Libertà, obbedienza, rendiconto di coscienza come metodo, come cammino.

Fondarsi, crescere e infine maturare. È il terzo verbo. Non si matura nelle radici e nel tronco, ma mettendo fuori i frutti, che fecondano la terra di semi nuovi. Qui entra in gioco la missione, il porsi a tu per tu con le situazioni di oggi, il prendersi cura del mondo che Dio ama. San Paolo VI disse: «Ovunque nella Chiesa, anche nei campi più difficili e di punta, nei crocevia delle ideologie, nelle trincee sociali, vi è stato e vi è il confronto tra le esigenze brucianti dell’uomo e il perenne messaggio del Vangelo, là vi sono stati e vi sono i Gesuiti» (Discorso in occasione della XXXII Congregazione generale della Compagnia di Gesù, 3 dicembre 1974). Queste parole sono nel messaggio che io penso sia stato, forse, il più profondo di un Papa alla Compagnia. Negli snodi più intricati, nelle terre di confine, nei deserti dell’umanità: qui il gesuita è chiamato ad esserci. Si può trovare come agnello in mezzo ai lupi, ma non deve combattere i lupi, deve solo rimanere agnello. Così il Pastore lo raggiungerà lì, dov’è il suo agnello (cfr S. Giovanni Crisostomo, Omelia 33 sul Vangelo di Matteo).

A questa missione contribuiscono la passione e la disciplina negli studi. E vi farà sempre bene accostare al ministero della Parola il ministero della consolazione. Lì toccate la carne che la Parola ha assunto: accarezzando le membra sofferenti di Cristo, aumenta la familiarità con la Parola incarnata. Le sofferenze che vedete non vi spaventino. Portatele davanti al Crocifisso. Si portano lì e nell’Eucaristia, dove si attinge l’amore paziente, che sa abbracciare i crocifissi di ogni tempo. Così matura pure la pazienza, e insieme la speranza, perché sono gemelle: crescono insieme. Non abbiate paura di piangere a contatto con situazioni dure: sono gocce che irrigano la vita, la rendono docile. Le lacrime di compassione purificano il cuore e gli affetti.

Guardandovi, vedo una comunità internazionale, chiamata a crescere e maturare insieme. Il Collegio del Gesù è e sia una palestra attiva nell’arte del vivere includendo l’altro. Non si tratta solo di capirsi e volersi bene, magari a volte di sopportarsi, ma di portare i pesi gli uni degli altri (cfr Gal 6,2). E non solo i pesi delle reciproche fragilità, ma delle diverse storie, culture, delle memorie dei popoli. Vi farà tanto bene condividere e scoprire le gioie e i problemi veri del mondo attraverso la presenza del fratello che vi sta accanto; abbracciare in lui non solo quello che interessa o affascina, ma le angosce e le speranze di una Chiesa e di un popolo: allargare i confini, spostando ogni volta l’orizzonte, sempre un po’ più in là. La benedizione che vi do possa raggiungere anche i vostri Paesi e vi sia d’aiuto per fondarvi, crescere e maturare a maggior gloria di Dio. Vi ringrazio e vi chiedo di pregare per me. Grazie.

Fonte: vatican.va

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