I Avvento: I veri profeti infondono speranza

Lasciare cadere le braccia, rassegnarsi di fronte allo strapotere del peccato che domina nel mondo e in noi: è una pericolosa tentazione.

Profeti di sventura sono coloro che ripetono: “Non vale la pena impegnarsi, non cambierà mai nulla”; “non c’è niente da fare, il male è troppo forte”; “la fame, le guerre, le ingiustizie, gli odi esisteranno sempre”.

Non vanno ascoltati. Chi, come Paolo, “ha assimilato il pensiero di Cristo” (1 Cor 2,16), vede la realtà con occhi diversi, scorge il mondo nuovo che sta nascendo e con ottimismo annuncia a tutti: “Proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?” (Is 43,19).

Nella nostra vita personale verifichiamo fallimenti, miserie, debolezze, infedeltà. Non riusciamo a staccarci da difetti e cattive abitudini. Le passioni sregolate ci dominano, siamo costretti ad adattarci a una vita di penosi compromessi e di ipocrisie umilianti. Paure, delusioni, rimorsi, esperienze infelici ci rendono incapaci di sorridere. Sarà ancora possibile recuperare la fiducia in noi stessi e negli altri? Qualcuno potrà ridarci la serenità, la fiducia e la pace?

Non c’è condizione di schiavitù da cui il Signore non ci possa liberare, non c’è abisso di colpa da cui non ci voglia sollevare. Egli si aspetta solo che prendiamo coscienza della nostra condizione e gli rivolgiamo le parole del salmista: “Dal profondo grido a te o Signore”.

Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Sono certo: il Signore realizzerà le promesse di bene che ha fatto”.

Prima Lettura (Ger 33,14-16)

14 Ecco verranno giorni – oracolo del Signore – nei quali io realizzerò le promesse di bene che ho fatto alla casa di Israele e alla casa di Giuda. 15 In quei giorni e in quel tempo farò germogliare per Davide un germoglio di giustizia; egli eserciterà il giudizio e la giustizia sulla terra. 16 In quei giorni Giuda sarà salvato e Gerusalemme vivrà tranquilla. Così sarà chiamata: Signore-nostra-giustizia.

Ricostruire una casa quando si hanno ancora sotto gli occhi i tizzoni fumiganti della precedente richiede una forza d’animo non comune, soprattutto se si è già avanti negli anni e non si è sorretti da prospettive future stimolanti. La delusione e lo sconforto fanno perdere l’entusiasmo e fanno apparire insormontabili le difficoltà.

La situazione degli Israeliti ai quali il profeta rivolge le parole contenute in questa lettura, può essere paragonata a quella di chi, sconsolato, fissa le macerie della propria casa.

Un gruppo di esuli tornato da Babilonia trova la città di Gerusalemme in rovina. La terra devastata è divenuta un rifugio di sciacalli (Ger 10,22). Volgono attorno lo sguardo e non scorgono che segni di morte e distruzione.

Inizia la ricostruzione, ma i lavori procedono a rilento. Un cupo presentimento grava sull’animo di tutti, anche se nessuno vorrebbe lasciarlo trasparire: noi chiuderemo gli occhi e saremo riuniti ai nostri padri prima di vedere la nuova Gerusalemme. Si chiedono: come mai siamo stati colpiti da così gravi sciagure? Dio ci ha abbandonato per sempre? Si è forse dimenticato delle promesse fatte ad Abramo, a Isacco, a Giacobbe, a Davide?

A questa gente sfiduciata il profeta rivolge un messaggio di speranza: le nostre infedeltà, quelle che ci hanno portato alla rovina, non impediranno al Signore di realizzare le sue promesse, perché egli è comunque fedele (v.14).

Stanno per giungere – dice – i giorni in cui, nella famiglia di Davide, spunterà un germoglio giusto che “eserciterà il giudizio e la giustizia” (v.15).

Se il giudizio e la giustizia di Dio fossero di tipo forense, gli israeliti non dovrebbero aspettarsi che un verdetto di condanna. Ma egli non viene mai per pronunciare una sentenza, egli viene per creare la giustizia, la sua giustizia che consiste nel coinvolgimento dell’uomo nel suo progetto di salvezza.

Il cambiamento del nome di Gerusalemme indica il pieno successo della sua opera. La città – immagine di tutto il popolo – sarà chiamata Signore nostra giustizia, cioè: il Signore è riuscito ad infondere in noi la sua giustizia (v.16).

Le promesse del profeta suscitarono in molti la speranza di un intervento prodigioso di Dio per rimettere in piedi la città distrutta. Rimasero delusi. La ricostruzione del paese fu lenta e richiese molti sacrifici e tanta fatica.

Le promesse hanno tardato a realizzarsi, ma Dio le ha mantenute.

Il germoglio di Davide atteso dagli israeliti – oggi lo sappiamo – è stato inviato: Gesù di Nazareth. Con lui ha avuto inizio il regno di pace e di giustizia. È ancora un piccolo albero che si sviluppa lentamente e ha bisogno del nostro impegno e della nostra collaborazione.

Chi si scoraggia, chi si arrende di fronte alle difficoltà, chi diviene intollerante con se stesso e con gli altri, chi pretende di ottenere trasformazioni radicali ed immediate non ha capito i ritmi di crescita del regno di Dio.

Vero profeta è chi aiuta a cogliere i segni del mondo nuovo che sorge, chi infonde fiducia e speranza, chi fa comprendere che per il regno del male non c’è futuro, chi, anche nelle situazioni disperate, sa indicare un cammino per recuperare, per ricostruire una vita che agli occhi degli uomini può sembrare irrimediabilmente distrutta.

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Fonte: settimananews.it

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