• Maggio 2019

Al Festival di Madrid un docu-film di p. John La Raw, sacerdote-regista

Racconta i drammatici risvolti sociali del traffico di droga in Myanmar e la lotta quotidiana di chi vi si oppone. Tra le molte testimonianze raccolte vi sono “storie inimmaginabili”. “È mia volontà porre il cinema a servizio della Chiesa e della sua missione. Per questo, i valori umani e soprattutto quelli cristiani sono i protagonisti dei miei film”.

Seoul (AsiaNews) – Tra le pellicole che saranno presentate al prossimo Festival internazionale del cinema di Madrid (21–28 luglio 2018) vi sarà anche “The Opium War” (La guerra dell’oppio), documentario diretto da p. John La Raw (foto). L’opera del 44enne sacerdote-regista, originario dello Stato di Kachin, racconta i drammatici risvolti sociali del traffico di droga in Myanmar e la lotta quotidiana di chi vi si oppone. La tossicodipendenza è un fenomeno che ogni anno nel Paese reclama migliaia di giovani vite. Esso rappresenta infatti un’importante fonte di guadagno per signori della droga cinesi, affaristi locali e persino funzionari governativi. Comuni cittadini, esponenti della società civile ed organizzazioni religiose, legate soprattutto alla Chiesa cattolica e a quella battista, hanno deciso di ribellarsi al loro giogo e combattono contro di essi una “guerra” per la dignità umana.

Il tema trattato dal documentario è piuttosto sensibile nel Paese. Per questo, p. John ha dovuto realizzare le riprese in segreto, tutelando l’identità delle persone che ha intervistato. “La droga è uno dei principali problemi che affliggono il popolo del Myanmar – dichiara ad AsiaNews p. John – In ogni famiglia vi è un tossicodipendente e da ciò derivano conseguenze terribili per il tessuto sociale. Il governo non fa abbastanza per contrastare il problema e spesso ostacola l’operato di chi tenta di farlo. L’ ‘Opium War’ è quella in cui sono impegnate queste persone, cittadini animati dal senso di protezione verso le proprie famiglie”. Tra le molte testimonianze raccolte vi sono “storie inimmaginabili”. “Come quella di una madre di tre figli, tutti morti per droga – afferma il sacerdote – Rimasta sola, senza più nessuno che si prenda cura di lei, questa donna fatica a sopravvivere”. Tuttavia, il movimento antidroga è un “simbolo di speranza” per il Myanmar e la Chiesa è in prima linea. “Diverse sono le iniziative promosse dai leader cattolici: programmi di sensibilizzazione e di assistenza, centri di recupero per tossicodipendenti”, sottolinea p. John.

L’informazione e l’educazione sono per p. John caratteristiche fondamentali dell’impegno cattolico e, grazie alla sua capacità di attrarre le persone, “anche un film può essere efficace”. “I media possono essere strumenti utili all’evangelizzazione. È mia volontà porre il cinema a servizio della Chiesa e della sua missione. Per questo, i valori umani e soprattutto quelli cristiani sono i protagonisti delle mie opere. Il mio desiderio è che da esse gli spettatori, soprattutto i più giovani, possano imparare lezioni importanti per la propria vita”, dichiara. Già prima di diventare sacerdote, nel 2001, p. John aveva prodotto quattro lungometraggi per l’Ufficio alla comunicazione sociale della diocesi di Myitkyina. Per alcuni anni dopa la sua ordinazione, ha lavorato a Manila (Filippine) per Radio Veritas Asia Kachin Service (Rva-Ks), emittente radiofonica d’informazione religiosa in lingua Kachin. Incoraggiato dal suo vescovo, mons. Francis Daw Tang, nel 2013 si è trasferito in Corea del Sud, per studiare Cinematografia presso la Chung-Ang University di Seoul. Il prossimo agosto, p. John concluderà i suoi studi di specializzazione in Regia, prima di fare ritorno in Myanmar.

Nel 2016, il suo cortometraggio “The Confession” (La Confessione – qui il link) è stato selezionato come il migliore del Mirable Dictu – il Festival internazionale del cinema cattolico di Roma. Al momento, il sacerdote sta lavorando alla post-produzione del suo ultimo film. Intitolato “Ma Ma”, esso racconta la storia di una giovane donna abbandonata dai genitori. Inseguendo il sogno di una vita migliore, la ragazza entra a far parte di una banda di narcotrafficanti. Rimasta incinta durante una storia d’amore tormentata e finita con una separazione, Ma Ma si rifiuta di abortire e fugge dal suo passato criminale, per iniziare una nuova vita con il suo bambino. “Questo film è ambientato in un contesto buddista come quello birmano, ma è percorso da un messaggio propriamente cristiano: la difesa della vita e dei diritti umani”, conclude p. John. (PF)

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