P. Arturo Sosa: tradizione e futuro della fede

«Quando penso alla mia terra, al Venezuela, il cuore si rattrista, si contrae, si chiude. È una situazione molto difficile, non si vedono spiragli o soluzioni imminenti: le ferite sono così profonde che, per risanare questo tessuto sociale, ci vorrà molto tempo». A parlare così è padre Arturo Sosa Abascal, 31° superiore generale (o, meglio, Preposito Generale) della Compagnia di Gesù, il primo non europeo e, come papa Francesco, proveniente dall’America Latina.

Eletto nell’ottobre del 2016, laureato in filosofia e in scienze politiche, da sempre appassionato e studioso di politica, padre Arturo mi riceve al terzo piano della curia generalizia, a Borgo Santo Spirito (Roma). Due ore di dialogo all’insegna della franchezza e della passione per il Vangelo.

– Padre Sosa, da poco più di un anno e mezzo lei è Preposito Generale dei gesuiti. Qual è la sfida maggiore che sente di dover affrontare?

In questo tempo è quella di essere testimoni del Vangelo in contesti diversi da quello al quale siamo abituati. Il punto di partenza è riconoscere le differenze come rivelazione di Dio. La diversità non è qualcosa di non voluto: Dio si manifesta proprio tramite la diversità e la libertà.

Come si può, dunque, essere testimoni autentici della fede? Un buon modo è quello di proporla e non di imporla, testimoniarla e perseguirla senza attaccamento al potere. È il potere dei segni: essere un segno di attrazione che propone la fede nell’umanità di Gesù, offrendo alle persone l’immagine di un Dio amoroso e misericordioso.

Abbiamo bisogno di approfondire la fede. Altrimenti, testimoniare diventa impossibile. Per questo sento necessario, a monte, anche un grande lavoro intellettuale. Nel carisma originario della Compagnia abita questa inquietudine di capire, di comprendere cosa veramente capita, come sono le altre culture, le altre religioni, le tendenze economiche, sociali e politiche. Il lavoro intellettuale è qualcosa che, da sempre, ci caratterizza. È una sfida, perché, se accettiamo la presenza di punti di vista diversi, questo lavoro intellettuale ci può portare ricchezza e tanti spunti utili.

Grazie a Dio, noi siamo un corpo multiculturale: tutti gesuiti, ma tutti molto diversi. E questo è un vantaggio che ci permette di fare esperienza e di capire il mondo in modo più profondo. Se si cerca di comprendere, si può discernere. Per noi, però, il discernimento non finisce qui. Il discernimento ci porta all’azione, bisogna pianificare cosa si fa. Lo ripeto: questa è una grande sfida per noi.

L’opposizione è al concilio

– Quanti sono i gesuiti nel mondo?

Ora siamo sedicimila, con tantissime istituzioni, fra centri, università e scuole. Le opere apostoliche della Compagnia sono molto apprezzate e sono peculiari della nostra identità. Ma, nel mondo, bisogna sapere non solo cosa si può fare, ma ciò che è meglio fare. Un cuoco può cucinare diversi piatti, ma deve capire quale è il piatto che gli viene meglio. La sua specialità, quella che nessuno può fare meglio di lui. Per questo sostengo che bisogna confidare non solo nell’improbabile, ma anche nell’impossibile. Vuol dire che, se noi abbiamo veramente fede, quello che sembra impossibile ai nostri occhi può diventare possibile. Nulla è impossibile per Dio, dice l’angelo a Maria.

Dio è creatore, e noi siamo stati creati a immagine di Dio, quindi siamo creatori anche noi. Possiamo fare cose nuove, se crediamo che non sia impossibile e non ci autolimitiamo a quello che ci sembra possibile. Se si crede a Dio, niente è impossibile. Anche le cose che paiono impossibili possono diventare possibili. Certe cose che sembravano impossibili per gli esseri umani del XVI secolo, oggi sono normali e ordinarie. Per esempio, andare in ventidue ore dall’Italia all’Australia. Qualcuno ha sognato che ciò era possibile e lo ha realizzato. L’uomo migliora se stesso e la sua vita se pensa che l’impossibile possa diventare possibile. Non bisogna rassegnarsi.

– Il pontificato di papa Francesco è sotto il segno di una volontà tesa alla piena realizzazione del concilio Vaticano II…

È vero. Penso che l’opposizione nella Chiesa più che a papa Francesco sia al concilio Vaticano II. Nelle scorse settimane egli si è recato sulla tomba di don Tonino Bello che parlava della necessità che la Chiesa abbandoni i segni del potere per passare al potere dei segni.

Uno dei segni più evidenti è che la Chiesa ha colto per sé il valore della povertà (non della miseria). Non solo una Chiesa per i poveri, ma una Chiesa povera.

In un certo senso, credo che la Chiesa debba ringraziare il processo di secolarizzazione. Ora non è più legata al potere come in passato. La Chiesa ha perso il suo potere in campo politico e culturale. L’enorme libertà che ne è scaturita ha fatto sì che potesse diventare quello che veramente dovrebbe essere. La Chiesa può essere ciò che il concilio Vaticano II auspicava: il popolo di Dio. E il popolo di Dio è povero, non è il popolo dei ricchi. Certo, ci sono persone che hanno condizioni economiche favorevoli e che sono, allo stesso tempo, buoni cristiani. Ma, in genere, il popolo di Dio è povero.

Non avendo più, come un tempo, un canale diretto con il potere, la Chiesa è più libera di poter essere ciò per cui è nata. E i segni sono quelli di Gesù. Gesù era un uomo libero, non apparteneva neppure alla casta sacerdotale, non aveva alcun segno del potere, apparteneva al popolo di Dio. Proprio per questo, la Chiesa, oggi, può essere vista come il popolo di Dio e può fare dei segni il proprio potere. Come il segno dell’accoglienza, l’apertura alla diversità, la coerenza fra quel che predica e quel che dà.

Mi pare che, in questo, papa Francesco dia dei buoni esempi. Il papa mette sul tavolo tanti problemi, quelli che i potenti non vogliono vedere. Penso a quando parla della cultura dello scarto: sono proprio coloro che detengono il potere che scartano gli altri. Quindi, mi sembra che questo tempo sia un tempo di conversione per la Chiesa e bisogna ringraziare il Signore per la libertà che ci dona.

Ora la Chiesa è una Chiesa povera. Dobbiamo sostenere quello che facciamo con grande forza e sollecitare la solidarietà degli altri. Noi non abbiamo altri mezzi che quelli che possiamo ricevere dagli altri. Non abbiamo altri mezzi che provocare la solidarietà.

I muri della paura

– A suo avviso, quali sono i tratti del cristianesimo del futuro?

Autenticità nella decisione personale. Persone che veramente decideranno di essere cristiane.

Inoltre, il cristianesimo del futuro si innesterà sul tralcio di una comunità viva. La fede cristiana non si vive da soli, ma assieme, in comunità e fratellanza, ovvero fra persone che hanno fatto una medesima scelta consapevole.

E poi svilupperà il tralcio della testimonianza, il servizio verso gli altri. È il dinamismo normale di una vita cristiana, spinta a fare qualcosa non per se stessa, ma per gli altri. Una fede da condividere, quindi, che genera vita.

Ci sarà più coraggio nel testimoniare il Vangelo, nel prendere posizioni critiche davanti alla società. E questo sarà positivo, perché permetterà un dialogo con il potere, senza compromettersi con esso.

– Oggi si discute molto di tradizione.

Credo sia importante distinguere tra tradizione e memoria. La tradizione non deve essere concepita come fine a se stessa ma deve farsi memoria. La memoria è qualcosa di molto positivo. Siamo orgogliosi della memoria che conserviamo, della nostra storia. Siamo qui grazie all’agire dei nostri avi, altrimenti non saremmo esistiti. Ora però dobbiamo fare quello che noi ci sentiamo di fare. Mi pare che sia un atteggiamento, cristiano e umano, normalissimo. La Chiesa non può fortificarsi dentro le mura di un castello, la Chiesa è extra moenia, votata per rompere le mura, non per edificarle. È quello che ha fatto Gesù di Nazareth.

Sono stati i gesuiti a inventare una forma di vita religiosa consacrata senza muri. Fino a quel momento, la vita consacrata era nel monastero. I gesuiti, invece, hanno detto che volevano essere uniti ma dispersi. In diversi posti. Una forma di comunicazione a distanza. Noi abbiamo un’unità di cuore e di missione e ci manteniamo in comunicazione.

Sant’Ignazio ha creato un sistema: dispersi ma molto ben comunicanti. Secondo me, è questo il modo per concepire la guida di una comunità cristiana, inserita in un determinato luogo e in un determinato tempo. Ogni persona, del resto, ha modi e capacità creative diverse. E il luogo è un aspetto fondamentale: non si può agire alla stessa maniera in Italia, in Indonesia, in Svizzera o in Patagonia. Se si vuole fare qualcosa di utile, bisogna conoscere bene il contesto. E i tempi.

– Molti cristiani vivono con ansia questo tempo. Vivono i cambiamenti con paura.

Di questi tempi, molto, purtroppo, si gioca sulla paura. Paura è una parola che va a braccetto con sicurezza. Senza sicurezza si genera la paura. Ma dove si trova la sicurezza? È una domanda molto profonda per ogni essere umano. Per molti la risposta suona così: la sicurezza è nelle norme. La paura può nascere quando queste norme mutano. Se noi diciamo che il cristianesimo è una fede religiosa e non una religione, la paura può essere sconfitta.

Qual è la differenza tra fede religiosa e religione? La religione è un sistema di regole: si innalza un muro e si agisce all’interno di questo muro. Questo però non è cristianesimo. Il cristianesimo è una fede in cui Dio è presente nella storia umana, una fede che si dà mediante lo Spirito Santo.

La sicurezza è solo quella che ti dà l’amore di questo Dio. Niente di più, niente di meno. Pensiamo a san Francesco, al suo gesto. Davanti al padre, lui si spoglia di quello che gli dà sicurezza: un distacco dalla sicurezza economica, sociale, politica e di pensiero. Si spoglia delle certezze del suo tempo per essere “insicuro”, per riporre la propria fiducia unicamente nella fede in Gesù.

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Fonte: settimananews.it

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