• Maggio 2019

Chiesa dalle genti: il Vangelo in questo cambio d’epoca

«Avviene tra forti ostacoli – ha detto Maurilio Assenza, direttore diocesano della caritas di Noto (Sicilia), alla riunione dei missionari del CIMI-SUAM-GPIC il 15 maggio a Pesaro –, ma il futuro è quello che Dio prepara come incontro delle genti e quindi saranno i sensibili, i resistenti, credenti (cosa diversa dai sacrali) a guidare costruttivamente il mondo: il mistero dell’iniquità che prende forma nelle varie forme di respingimento (interiore ed esteriore) non annulla che la storia avanza verso il regno, che i ‘perdenti’ lo sono solo momentaneamente e che lo Spirito opera “comunque”!».

Chiesa dalle genti

Il Vangelo in questo cambio d’epoca

  1. Le attuali migrazioni prospettano una (possibile) terza fase dell’umanità

«“Maestra, so cosa dire ma non so da dove iniziare!”. I bambini stanno esplorando vari tipi di scrittura, oggi è la volta delle descrizioni. L’immaginario degli alunni in una classe multietnica come questa (ci sono solo tre italiani su diciotto) copre un orizzonte vasto. Anaya scrive dei coetanei poveri che vivono in strada, nel natio Camerun. Andina nel suo componimento sulla madrepatria rumena smonta le convinzioni dei compagni: “Non esiste, il dracula!” Qualcuno si cimenta più prosaicamente sul supermercato, perché mi spiega la maestra, “per alcuni è una festa persino andare all’Aushan, se gli prendono il gelato poi” […] Si sentono italiani, questi bambini. […] Abbiamo molte identità in virtù delle radici a cui siamo amorevolmente connessi […] poi ci sono le nuove identità che nascono dalla condivisione di una lingua e della vita quotidiana, dalla comune adesione ai valori e alle regole di convivenza (a cominciare da quelli costituzionali) che gli alunni assorbono ogni giorno tra i banchi. L’essere italiani che questi bambini imparano a scuola è un’appartenenza viva e mobile, proiettata sul futuro, dove l’enfasi è tutta su ciò che ci fa stare insieme, anziché sulle differenze che ci dividono»[1].

Questa testimonianza è tratta da un bel libro di Benedetta Tobagi che racconta come la scuola italiana sia salvata dai bambini stranieri perché – come recita una citazione iniziale – «il mondo esiste solo grazie al respiro dei bambini nelle scuole» (Yoreh Deah). Partirei da quello che accade, nel piccolo e invisibile (per il card. Martini luoghi dell’operare dello Spirito santo) per comprendere come, nelle attuali migrazioni, c’è al fondo il diffondersi del regno di Dio in mezzo a noi, se usiamo quella che Giorgio La Pira chiamava la storiografia del profondo, più ampia e sapiente delle storie civili ed ecclesiastiche.

Questo sguardo ci avvicina a storiografie serie che sanno scorgere come, nella storia, spesso si sono mossi i popoli e sempre hanno ricreato equilibri, in tempi lunghi certo ma capaci di integrare culture e fedi religiose in forme articolate di communitas(es. le fasi di inizio e fine medioevo, e quindi l’Europa “terra del tramonto” e del “ricominciamento” sulla spinta di sbagli e ideali). Nelle migrazioni di oggi, restando valido che comunque prima o poi porteranno a nuovi equilibri (per l’Italia aiutano giù equilibri della natalità, dell’Inps e dell’economia, per cui un bel libro documenta come sarebbe “utile” accoglierli tutti[2]), c’è qualcosa di nuovo. Si muovono, infatti, non popoli ma persone dentro un mondo globale, tanto ingiusto quanto veloce. Questo li fa diventare, non ‘barbari’ invasori con i loro eserciti che conquistano territori ricreando nuove communitas, ma corpi che si consegnano ai rischi del migrare (quanti morti nel Mar Mediterraneo!) e alle nostre reazioni, ad un immaginario collettivo virtuale e irriflessivo: per i più diventano scarti o nemici perché lambiscono la parte privilegiata di questo mondo che reagisce difendendosi dentro lo sviluppo epocale dell’individualismo moderno, o meglio della immunitas moderna. E però i migranti, sul versante di chi resta sensibile, sono invece una spinta ad una terza fase dell’umanità, quella in cui ci si incontra non come simili ma come diversi. Una chiamata, quindi, alla fraternitas e alla convivialità delle differenze che prende corpo in esperienze come le scuole interetniche e (dovrebbe essere ordinario) in quei luoghi in cui l’essere stranieri è dentro l’identità essenziale, come nel caso dei cristiani. Avviene tra forti ostacoli, ma il futuro è quello che Dio prepara come incontro delle genti e quindi saranno isensibili, i resistenti, credenti (cosa diversa dai sacrali) a guidare costruttivamente il mondo: il mistero dell’iniquità che prende forma nelle varie forme di respingimento (interiore ed esteriore) non annulla che la storia avanza verso il regno, che i ‘perdenti’ lo sono solo momentaneamente e che lo Spirito opera “comunque”!

  1. Le vie dello Spirito: relazione, racconto e sguardo ‘altro’ che ci risana

Dopo questo sguardo di insieme, ritorniamo un attimo sulle difficoltà e sulle vie costruttive. Sugli attuali processi migratori mancano consapevolezze vere, ci sono solo frammenti di consapevolezze perché, chi dovrebbe aiutare a farle crescere, è latitante e perché sono devastati i luoghi della crescita. Le istituzioni vivono un minimo storico di credibilità politica e quelli che si dicono politici (in realtà solo governanti) strumentalizzano le migrazioni deformando il tema della sicurezza, e in Italia persiste la distanza tra Paese reale e Paese legale (la svolta verrà solo dal basso, da una nuova resistenza); il livello delle scuole si è abbassato (per precisa volontà politica: la ‘buona scuola’ è una scuola alla buona, e non si insegna la storia); le parrocchie oscillano tra fedeltà al Vangelo e tradimento. Eppure, dove si coglie l’appello, sta accadendo che il migrante diventa invito a restare umani, ricchezza di orizzonti e di crescita, possibilità di ripensare la fede con più verità. Per questo occorrono racconto e relazione, per questo i segni pedagogici più autentici posti dalla Chiesa italiana sono “Rifugiato a casa mia”, “Presidio”, i “corridoi umanitari”.

La relazione, scrive Giovanni Salonia, «si invera e si rigenera quando ogni partner lascia progressivamente i calzari del potere e della seduzione, della dipendenza e dell’accusa, per entrare in una terra a lui sconosciuta: la ‘terra di nessuno’ dove ci si riscopre – finalmente e unicamente – compagni di viaggio. Il cuore misterioso ed inesauribile del vivere insieme si colloca là, dove si geme per generare l’unicità che alla relazione si consegna per dare vita ad una relazione che l’unicità accoglie e custodisce.[3]

Insieme alla relazione, il racconto. C’è il problema dei racconti falsi, inventati, unilaterali, razzisti, di un linguaggio corrente dal quale ci distanziamo solo ritrovando l’antico linguaggio di Adamo quando fu invitato a dare nome ad ogni cosa. Linguaggio della creazione da ritrovare attingendo a sguardi puri come quello dell’anziana donna di Sampieri cinque anni fa di fronte ai 13 morti sulla spiaggia che, mentre c’era chi scattava foto curiose, o correva indifferente gridava: “Sunu figghi ri mamma”. Linguaggio che diventa pianto e gesto di pietà (le lenzuola nuove con cui sono state avvolte le salme, i thermos di Lampedusa …). Nel nostro comunicare diventa importante la riscoperta del linguaggio originario. Che poi si condensa nel nome proprio da dare ad ogni persona, ai volti. E che permette di ascoltare dai migranti parole di correzione al nostro immaginario collettivo, come quelle di un giovane migrante del Burkina Faso:

Buongiorno madre, come state? Dopo il viaggio in Libia, sono arrivato nel paradiso agognato. Con tanta fortuna, lasciando per strada amici e fratelli, ci sono riuscito. Sapete madre, l’Italia è un paese bellissimo, con tante case, talmente tante case che non avendo più spazio le poggiano l’una sull’altra sfiorando anche le nuvole. L’Italia non ha nulla a che vedere col nostro Paese. È ricco, molto ricco. Non della ricchezza cui voi siete abituata, quella che noi diciamo di avere per il solo fatto di essere vivi o perché abbiamo realizzato un buon raccolto che ci basterà due anni. C’è la luce elettrica ovunque. All’inizio, credevo la lasciassero accese per i senza tetto, ma poi ho notato che non è così. Le lasciano accese per le macchine. Ecco mamma, i senza tetto sono persone che non hanno una casa, e le macchine (quelle che noi chiamiamo il carro di ferro), invece hanno una casa e qui la chiamano garage. Malgrado qui abbiano tanto, sono tutti cresciuti nell’illusione del possesso, della competizione, della diffidenza. Una volta, mi avete insegnato che un cuore puro e onesto non teme di aprire la sua porta quando è bussata. Madre, qui se bussate, vi guardano prima da un spioncino o da una videocamera e vi chiedono cosa volete, non avvicinandosi tra loro per parlarsi. Quanto a noi, migranti, stiamo bene ma anche un po’ male. Bene per la fortuna di essere qui, male per così tante cose che non sto qui a raccontarvi, ma state tranquilla che non starò mai tanto male da perdere di vista i miei obbiettivi. I bianchi non sono tutti come padre Alfonso, conosciuto per il bene che ha fatto nelle nostre campagne. Sapete madre, è strano, ma, malgrado tutte le differenze che abbiamo, un valore comune che ci accomuna è proprio la mamma. L’amore per la mamma è universale. Tutto il loro sistema è basato sulla religione, sul loro credo. Il guaio, è che molti di loro non credono più ed errano alla ricerca di chissà cosa come le pecore smarrite sulle nostre colline. I bianchi non sanno nemmeno come aiutarci, ma sono ansiosi di farlo e a volte lo fanno bene, altre distruggono i fragili equilibri che nemmeno vedono. Sono disperati, ma per delle ragioni diverse dalle vostre. No Madre, non disperati per la fame. Hanno un ramo nel cuore dalla nascita. Sono fragili e preziosi come il cristallo. La disperazione non arriva dallo stomaco qui, ma dalla testa o dal cuore. C’è chi soffre per il suo fidanzato, qualcuno per la vita, qualcuno per la non-vita, qualcuno perché non capisce e qualcuno perché capisce troppo. No, Madre. Non sono pazzi. Hanno superato il punto di sazietà e ora sono smarriti. Non sanno più dove vanno. Dopo aver risolto il problema della fame, loro hanno risolto il problema del divertimento, poi, hanno pensato di farlo pagare, ora, non sanno più che fare. Forse si annoiano. Non saprei. Hanno fatto dei turni di guardia che chiamano ronde per noi altri immigrati e sembra che i volontari di queste ronde siano abbastanza violenti. Invece al Sud, con gli ultimi eventi accaduti in Calabria, hanno letteralmente dato la caccia ai neri a colpi di fucile. È diventato complicato gestire il proprio tempo libero. Non abbiate paura per me Madre, il primo che mi tocca, lo faccio nero! Come immaginate, madre, scherzo. Una cosa di cui oggi sono sicuro è che su un albero tutte le foglie nascono sorelle, crescono, ingialliscono e inevitabilmente finiscono per cadere, come gli uomini sulla terra. Spero mi darete presto notizie di tutta la famiglia. Portate loro i miei saluti. Un abbraccio madre. Vostro Ouango Kiswendsida Judicael

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Fonte: comboni.org

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