• Maggio 2019

I giovani religiosi tra mistica e profezia

chavez-perniaLa seconda giornata di lavori dell’assemblea semestrale dei superiori generali in corso, si è concentrata sul “pianeta giovani”, ascoltando e confrontandosi con due impegnative relazioni, la prima di don Pascual Chavez, ex rettore maggiore dei Salesiani e la seconda di p. Antonio Pernia, ex superiore generale dei Verbiti.

«Il dato più evidente agli occhi di tutti, ha esordito don Chavez, è che il cammino della scelta per la vita consacrata è sempre più in salita». Dopo aver tracciato il quadro generale del nuovo umanesimo, del rapporto tra giovani e religione nel mondo d’oggi, della visione che hanno oggi i giovani della vita consacrata (da una recente ricerca in Spagna, sarebbe all’ultimo posto delle loro preferenze come scelta di vita), si è soffermato su alcuni grandi “ambienti vitali” che hanno una forte incidenza  sulla identità e la crescita dei giovani religiosi soprattutto dell’Europa occidentale: la società, la congregazione, la propria generazione. Anche se la scelta di entrare nella vita religiosa viene di solito rispettata, «difficilmente è considerata preziosa e dunque raramente sarà stimata; essa non susciterà né ammirazione né invidia». L’appoggio dei famigliari non è più garantito, quando non si trasforma in aperta ostilità. Come conciliare, allora, queste due realtà: da una parte l’incomprensione e l’opposizione sociale e dall’altra la gioia e il fascino della chiamata?

Una volta iniziato il cammino di vita consacrata, sempre più frequentemente un giovane oggi si trova di fronte al peso delle strutture e delle opere. «Senza un nuovo modo di gestire le opere, senza il ridisegno delle presenze, senza il ridimensionamento dei fronti di impegno non c’è prospettiva di futuro, non c’è spazio per il nuovo, non c’è possibilità di assumere responsabilmente la missione, non c’è speranza per i giovani religiosi». I giovani sono sempre più pochi, e su questi pochi si tende a caricare il peso dell’istituzione, sottovalutando spesso la loro fragilità «che si fa palese nelle uscite, non di rado inaspettate e clamorose, e nella necessità sempre crescente di ricorrere a terapie psicologiche».  Altre volte, senza conoscere i giovani religiosi, «si mette in loro tutta la fiducia, ignorando la loro preparazione, identità, storia, capacità di tenuta, o viceversa non si crede affatto in loro». E dire che non mancano sicuramente giovani religiosi che «vogliono imparare la sequela di Cristo nella congregazione, con l’accompagnamento dei più anziani, e desiderano essere presi in considerazione quando si prendono decisioni che hanno a che vedere con il loro futuro».

Ma nel contesto dell’Europa occidentale, si è chiesto don Chavez, esiste veramente nelle diverse congregazioni una “generazione” di giovani religiosi? La domanda ha una sua ragione d’essere quando si pensa che il quadro di valori di riferimento offerti dalla società, sono quelli propri di una società consumistica concentrata sulla propria realizzazione, sul trovarsi emozionalmente soddisfatti, sull’essere felici, sul successo immediato, sulla realizzazione dei propri desideri e progetti. Per questi giovani è difficile un cambiamento sostanziale di vita ed una identificazione con i valori ultimi, quelli riguardanti il Signore Gesù e il suo Vangelo. Da qui la difficoltà di accettare la croce, da qui «la svalutazione e il rifiuto, quasi viscerale, di tutto quanto possa far riferimento alla rinuncia e alla mortificazione».

Bastano anche solo questi pochi elementi per comprendere quanto sia importante, “remando controcorrente”, la formazione alla rinuncia. Il giorno in cui ci si sentisse soddisfatti pienamente della propria vita nella convinzione personale che «non è vero quello in cui si crede», allora si rischia di «trasformare il carisma in una ONG», con tutte le aggravanti del caso, incomprensibili per i suoi membri.

Il segreto della vita consacrata, ha concluso don Chavez, «non è mai stato la forza secondo i criteri del mondo, ma la inabitazione dello Spirito Santo». Anche oggi non mancano giovani religiosi che «vengono da noi, per lo più mossi dalla fede o desiderosi di una profonda esperienza di Dio; senza cercare prestigio o potere o qualsiasi altro tipo di privilegio. Vengono dopo una forte esperienza di Dio, dalla quale scaturisce ogni forma di futuro. Hanno dovuto superare molte resistenze sociali, culturali, famigliari. Sanno che saranno una generazione povera, a cui è chiesto di mantenere viva la fiamma della sequela di Cristo; e con la grazia di Dio lo faranno».

Anche Antonio Pernia ha iniziato il suo intervento sulla vita religiosa e i giovani interrogandosi su chi sono i giovani di oggi, ormai generalmente indicati come i “Millenari”, coloro, cioè, che erano adolescenti e giovani adulti all’arrivo del millennio. Si tratta di una generazione cresciuta con il computer, con internet, con il telefonino, con le reti sociali, con la realtà virtuale. «E’ questo il mondo in cui vivono, il mondo che plasma la loro coscienza, i loro valori e i loro atteggiamenti». Questa “generazione postmoderna” potrebbe essere definita meglio come la generazione dell’esperienza, della partecipazione, dell’immagine, della connessione.

Poste queste premesse, Pernia ha provato a chiedersi che cosa ci possa essere oggi di rilevante o irrilevante nella vita religiosa delle giovani generazioni. Ha risposto riprendendo i risultati di un questionario sottoposto ad alcuni giovani religiosi delle Filippine dove attualmente vive. Alla prima domanda su quali aspetti della vita religiosa oggi non sono più significativi per dei giovani religiosi, queste le risposte: la “fuga mundi” intesa come “negazione del mondo”, uno stile di vita “conventuale” che separa i religiosi dal resto della gente, specialmente dai poveri, dagli emarginati, da coloro che soffrono, un atteggiamento “elitario” che dà la impressione che la santità sia riservata ai religiosi e praticamente aldilà della portata della gente comune, una formazione religiosa avversa o che non tiene in considerazione l’uso della nuova tecnologia, cioè il computer, internet, il telefonino, le reti sociali, una formazione teologica il cui risultato è una teologia solo interna ai seminari e che non prepara i candidati ad impegnarsi attivamente nel mondo presente.

La controprova, in positivo, la si è avuta alla domanda sugli aspetti ritenuti importanti per dei giovani religiosi: anzitutto la missione, sia come servizio ai poveri, agli emarginati, a coloro che soffrono, sia come missione “ad gentes”, poi i voti religiosi in termini, però, di

testimonianza dell’esistenza di Dio, di valori spirituali in un mondo secolarizzato, di una vita semplice e onesta, di una vita di radicalità e di santità in un mondo materialista e superficiale, di vita comunitaria,

di fraternità e solidarietà, di comunità non chiuse in se stesse, ma aperte alla solidarietà, di vita di preghiera fatta di equilibrio fra azione e contemplazione.

Nell’epoca dei “millenari”, anche la formazione dei giovani religiosi non potrà non essere esperienziale, partecipativa, basata nell’immagine e che fomenti la connettività. Ma non dovrà fermarsi a questo. In un mondo post-moderno come quello attuale, dovrà mettere l’accento sulla chiamata alla mistica e alla profezia. Ciò di cui il mondo di oggi ha veramente bisogno è di vedere «non il volto conosciuto e familiare di Dio, ma il suo volto insolito e misterioso, non il volto di Dio che ci rende compiaciuti e soddisfatti, ma il volto di Dio che ci sfida e ci disturba, non il volto solito di Dio, ma “l’altra faccia” di Dio». E questo volto è facile oggi incontrarlo in quello del povero, dello straniero, del rifugiato, del migrante, del profugo, della ragazza madre, del genitore solo, del malato di AIDS, di colui che è alla ricerca della fede, del non credente, del non cristiano. La scelta dei poveri non è solo una strategia politica, ma, come ci ha ricordato papa Francesco, una “scelta preferenziale” fatta da Dio stesso. La stessa “nuova evangelizzazione” non è altro che una «ermeneutica della periferia, una prospettiva dei margini, un’ottica dei poveri, una visione dalla parte inferiore della storia». I consacrati, ha concluso Pernia, hanno oggi un ruolo indispensabile nella Chiesa, quello di aiutare la Chiesa nel passaggio dalla “pastorale di conservazione” ad una “pastorale missionaria” (EG 15), rivelando così “l’altra parte” della Chiesa: non la Chiesa in quanto istituzione burocratica, ma in quanto “ospedale da campo” dopo la battaglia, dove si bendano, si curano e si sanano le ferite dell’umanità».

Con i gruppi pomeridiani di lavoro e il confronto serale in aula, si è praticamente conclusa anzitempo quest’assemblea semestrale dei superiori generali, attesi nella mattinata di venerdi, nell’aula del Sinodo, da papa Francesco. Per la verità hanno provato anche a stendere una serie di domande da sottoporre al papa, il quale però, come era già avvenuto nel novembre del 2013, non rinuncerà sicuramente a lasciarsi portare, con molta libertà, là dove lo condurrà lo Spirito.

Angelo Arrighini

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